Nel Primo Testamento, Giacobbe aveva imparato a fidarsi (di Dio, di Esaù, dei propri figli...) a fatica, Abramo sembrava averlo fatto da subito, Davide se lo era talora imposto.
Nella nostra vita, ci diciamo che "fidarsi è bene, non fidarsi è meglio", ma poi stiamo bene con le persone di cui ci fidiamo e che sentiamo che si fidano di noi. Il rapporto tra Gesù e il Padre è improntato su quella medesima fiducia. Ma la fiducia degli adulti è profonda e faticosa, non è l'istinto naturale e superficiale dei bambini, ha bisogno di essere scelta. E sceglierla non è facile. Per nessuno. Neanche per Gesù.
Anche lui, infatti, teme evidentemente di non essere quello che crede, e vorrebbe delle prove. Anche a lui verrebbe da provare a prendere in mano sogni e progetti e gestirli con forza e potere. È una tentazione umana, naturale, che Dio capisce, che non lo allontana da noi.
Ma resta una tentazione. Anche per Gesù, che è uomo come noi e ci comprende. Comprende la paura che ci coglie quando ci mettiamo davanti al nostro specchio, da soli, senza maschere. L'impressione che gli altri ci sopravvalutino. La sensazione di non capirci niente e di non farcela. C'è passato anche lui. E lì ha detto "Non voglio mettere alla prova Dio, mi fido senza avere certezze, come fanno gli amici, come fanno gli innamorati".
E così ci ha aperto la strada, quella più autenticamente umana anche se debole e fragile. O forse proprio perché debole e fragile autenticamente umana. E divina.
Prima domenica di Quaresim A ⇒Leggi Matteo: 4,1-11
