Il racconto della passione di Gesù è lungo e sono molti gli aspetti che se ne potrebbero riprendere. Ce n’è però uno che all’evangelista sta a cuore più di altri ed è sintetizzato nella seguente frase:
«Questo è avvenuto perché si compissero le parole dei profeti». Matteo lo fa spesso, vuole proprio che cogliamo che la vicenda di Gesù non è qualcosa di nuovo rispetto a ciò che Dio aveva fatto già nell’Antico Testamento. Il punto, però, è che nessun profeta aveva previsto la morte in croce. Possibile che Matteo si sia sbagliato?
Diciamo che, con la sua spettacolare conoscenza della Bibbia ebraica, è un’ipotesi pochissimo probabile. Piuttosto, ci sta sfidando. Ciò che l’autore di questo vangelo vuole suggerirci è che l’esito della vita di Gesù è coerente con il modo con cui Dio si è sempre comportato nel suo rapporto con il popolo ebraico e con l’umanità.
Un Dio che non vuole essere servito ma servire, che tiene alla relazione più che a ogni altra cosa, che preferisce subire ingiustizia piuttosto che fare violenza. Soprattutto, un Dio che ama, fino alla fine, anche di fronte al tradimento, alla cattiveria, alla sfiducia. Ama anche a costo di lasciare uccidere il figlio amatissimo.
Sulla croce vediamo in scena chi vuole insegnare che solo la strada dell’amore è davvero vitale, e che per mostrarlo la percorre per primo, fino in fondo.
Domenica delle Palme anno A ⇒Leggi il vangelo secondo Matteo 26,14-27,66
