di Angelo Fracchia

La vite e i tralci nel VangeloA volte (spesso) le immagini parlano più delle definizioni precise. Saranno più approssimative, ma molto più evocative. Per togliere forza all’immagine di questo vangelo, evidenziamo tre aspetti.

Intanto la potatura. Con la potatura il contadino elimina quei rami che non porteranno sufficiente frutto, succhiando energie a rami più produttivi. È nell’interesse della pianta essere potata. Può darsi che Gesù pensi, più che alle disgrazie portate dai casi della vita, a tutti quegli aspetti della nostra personalità (rancori, gelosie, pessimismi...) che sono nostri, ma che impediscono a tante parti di noi di esprimersi al meglio. Persi i quali, possiamo portare più e migliore frutto, e vivere meglio.
Poi il legame alla vite. Che non è genericamente Dio, ma Gesù. È lui che è uomo come noi, e nello stesso tempo a garantirci una radice da cui ricevere nutrimento. Il Padre cura la vite prendendosi cura dei tralci, non del ceppo, che pure garantisce la vita e il frutto dei tralci. Il Dio di Gesù punta alla vita piena degli uomini, non a essere adorato o venerato.
Infine, i tralci senza la vite seccano e vengono bruciati. Ma anche la vite senza i tralci è inutile. E sono i tralci a portare frutto, pur traendo nutrimento dal ceppo della vite. Nella storia della spiritualità cristiana non sono mancate voci che invitavano a rinunciare ad ogni attività umana, per rimettere tutto nelle mani di Dio. Dispiace dire che non mostravano di aver colto fino in fondo il messaggio cristiano, che per attribuire onore a Dio non ha bisogno di toglierlo agli uomini, consapevole invece che si tratta di una profondissima collaborazione: mai l’uno senza gli altri, ma sempre tutti insieme.
V Domenica di Pasqua B Leggi il vangelo secondo Giovanni 15,1-8

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