di Angelo Fracchia

Gesù, buon pastore«Io sono il buon pastore». Di questa immagine di Gesù, della pagina di vangelo che ce la riferisce, potremmo riprendere tre aspetti.
Intanto lo scopo,...

che non è quello di sfruttare le pecore, ma che vivano bene, difese dal lupo. Se Gesù vuole proporsi come nostro pastore, è nel nostro interesse.
Poi, l’intimità. Un pastore conosce le sue pecore, ed è conosciuto da loro, che lo ascoltano perché ne riconoscono la voce. Non è un rapporto formale, di adesione a un partito, ma di conoscenza e intimità. Non sono nel gregge perché mi convince il programma, ma perché mi fido del pastore. E me ne fido perché mi conosce, sa chi sono e di che cosa ho bisogno.
Ma c’è un altro aspetto ancora che Gesù sembra quasi buttare lì con noncuranza. «Ho altre pecore, che non sono di questo gregge». Se c’è l’intimità, se c’è il calore di una protezione affidabile, subentra facilmente la tentazione di chiudere fuori tutto il resto del mondo, di guardare con sospetto qualunque faccia nuova. È un pericolo che la chiesa di Gesù spesso ha corso e da cui il Signore ci vorrebbe preservare. Gesù ci invita, invece, a restare aperti, a non sentirci in un gregge chiuso, a mantenerci accoglienti come è lui, pronti ad essere sorpresi dai frutti inattesi dello Spirito.
IV Domenica di Pasqua B Leggi il vangelo secondo Giovanni 10,11-18

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