di Angelo Fracchia

Credere è fidarsiQuando ricordiamo un personaggio del passato, quando rievochiamo una persona cara che non c’è più, quando presentiamo una persona storica, ci piace accumulare quanti più aneddoti possibile,...

quante più frasi sue. Ci sembra, in questo modo, di averne una conoscenza più approfondita, una memoria meno incompleta. Non vorremmo che nessuno dei gesti o detti di quella persona che ci sta tanto a cuore venga dimenticato.
Dietro a questo atteggiamento c’è il gusto e il valore del ricordo, e forse anche la paura che le tracce del nostro stesso passaggio nel mondo possano essere presto dimenticate, dopo di noi. L’approccio, in ogni caso, è quello del custode di un museo: ogni oggetto è prezioso perché insostituibile, perché quella realtà non si riprodurrà più, e se la perdiamo, se la dimentichiamo, non esiste più per sempre.
Chi però vuole convincerci a fidarci di una persona, di una proposta, di un progetto, non accumula una quantità smisurata di prove, perché sarebbe inutile e noioso. Ne sceglie alcune, più chiare, e poi basta, perché il suo scopo non è di guardare al passato, ma verso il futuro. Non ha paura che qualcosa si dimentichi, perché sa che altro si produrrà. Non vive come il custode di un museo, ma come un progettista, che può tenere a disposizione alcuni esempi del suo lavoro, ma in fondo sa che li potrebbe riprodurre, e se anche non fossero uguali, non importerebbe.
L’evangelista Giovanni dice sostanzialmente quello: nel suo libro non sono stati scritti tutti i segni compiuti da Gesù, perché sarebbe stato inutile. Il suo scopo non è di ricordare un grandissimo uomo del passato, ma di iniziare a fidarci di lui, a non avere paura.
Ecco perché i vangeli non sono delle biografie complete: a interessare agli evangelisti è soprattutto ciò che Gesù farà con noi, da ora in poi.
II Domenica di Pasqua B Leggi il vangelo secondo Giovanni 20,19-31

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