di Angelo Fracchia

"Perché ci ha creati Dio?", chiedeva un catechismo che molti di noi hanno studiato. "Per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita", rispondeva, con uno stile che sicuramente era già sensato e prezioso...

per il tempo in cui fu scritto, ma che metteva inevitabilmente tra parentesi il secondo verbo.
Il vangelo è più schietto e diretto: "Non vi ho chiamati servi". Il servo ubbidisce a degli ordini, serve senza porsi domande. Gli viene chiesta una cosa, la fa, e ha adempiuto il suo dovere. Chi ama, invece, prova ad anticipare, a indovinare, e a volte può anche sbagliare, ma il suo sforzo è sufficiente, è buono.
Questo ci dice Gesù. "Vi ho chiamati amici". L'amico non cerca di fare il proprio dovere, ma cerca il bene di chi ama. Non penserà mai di aver fatto abbastanza, ma è felice se può donarsi completamente a chi ama. Un amico, soprattutto, non si sentirà mortificato se l'altro fa per lui le stesse cose, se lo serve, se si dona a lui; tra amici è bello mettere in comune tutto, e donare ha lo stesso gusto del ricevere.
Dio non ci ha chiamati servi, perché non vuole farsi servire. O magari anche sì, ma mentre è lui stesso a servirci. Ci ha, da sempre, pensati amici, per condividere tutto con noi, per donare e farsi donare tutto. Per giocare, scherzare, sorridere e amare. Fino a quando non sapremo se è più quello che abbiamo dato o ricevuto. E non ce ne importerà niente.
VI Domenica di Pasqua B Leggi il vangelo secondo Giovanni 15,9-17

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