di Angelo Fracchia

Tra le immagini che Gesù utilizza per spiegare se stesso, quella del pastore è tradizionale. Spesso i profeti avevano presentato il popolo come un gregge che andava guidato, oppure avevano presentato...

le guide del popolo come pastori. L'immagine è diventata tanto frequente che ancora oggi dicendo "i pastori della Chiesa" si intendono i preti e i vescovi.
Ma Gesù rinnova quell'immagine. Gesù è un pastore buono non semplicemente perché fa bene il suo lavoro, al punto da sacrificarsi per le pecore, il che pure è vero ed è da lui ricordato. Piuttosto, è il pastore affidabile perché lui e le pecore si conoscono. C'è una relazione, c'è uno stare insieme. Il pastore definitivo, perfetto, affidato dal Padre è uno che non era come le pecore ma con le pecore c'è stato, ha vissuto, è diventato come loro. Al punto che Gesù può dire che lui e le pecore si conoscono proprio come si conoscono lui e il Padre.
Ed è per questo che, nell'originale greco, il "buon pastore" è in realtà definito il "bel pastore". Non è soltanto una vicinanza opportuna, adeguata, come si deve. È qualcosa di impensabile, di imprevisto, di affascinante; di bello. Semplicemente, un Dio così, che si fa come noi perché vuole conoscerci, vuole stare con noi, è una cosa bella, è un Dio bello.
IV Domenica di Pasqua B Leggi il vangelo secondo Giovanni 10,11-18

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