di suor Alda Giordanengo

Suor Elisa, medico e suora cottolenghina«Potrei parlare molto riguardo ai malati, l’ambiente e il personale ospedaliero nel tempo di punta dell’epidemia. Ma scelgo di condividere qualcosa della mia esperienza, sia come cura dei malati,...

sia soprattutto riguardo al cammino interiore che il Signore mi ha fatto compiere». Inizia così la testimonianza di suor Elisa, suora cottolenghina, medico, impegnata in un reparto di terapia intensiva nell’Ospedale del Cottolengo di Torino.
Il silenzio e l’attenzione dell’assemblea si fanno solenni, nell’attesa di sapere il suo vissuto. 
«Mi sono trovata improvvisamente buttata in una situazione di tempesta. Non ero preparata ad affrontarla, sia dal punto di vista professionale, che umano. Nel nostro Centro ospedaliero, come in quasi tutti gli altri, si trattava di adeguare urgentemente la struttura a un Presidio per Covid-19. Presto tanti operatori si ammalano, determinando una preoccupante carenza di personale. Quindi la fatica è tanta per chi rimane!
Ed è grande solitudine per i malati, che si trovano improvvisamente separati dai parenti. Questo l’aspetto più pesante e doloroso della stessa malattia. Ma anche solitudine angosciante dei parenti causa le visite proibite. Si crea ansia per avere notizie solo per telefono o, peggio, per essere frastornati da quelle incalzanti e non oggettive della TV. Oltre a constatare i decessi… tanti insieme, troppi! Per me, suora, c’è la solitudine perché non partecipo alla vita della comunità per evitare contagi. Vivo, separata, nella struttura ospedaliera. Ci limitiamo alle notizie telefoniche.
Con il trascorrere dei giorni, sento crescere in me un doloroso senso di aridità interiore. Dalla tempesta ero passata al deserto. Chiedevo a Dio: “Dove sei? Ci sei ancora? Che senso ha stare In mezzo a questi malati?”. La preghiera era diventata una serie di domande incalzanti a Dio, dal quale non arrivavano risposte. Aumentava in me la sensazione di trovarmi completamente sola, persino senza la presenza di Dio!
Poi, lentamente, mi si sono aperti gli occhi: ho cominciato a scorgere Dio nel silenzio e nella solitudine dei malati, nella fatica degli operatori, nella tenace lotta contro la malattia. Forse lui era proprio presente in quei gesti gratuiti di alcuni operatori, che si fermavano ancora un momento accanto al letto, pettinavano una malata o passavano un po’ di crema sulle labbra riarse di un altro. Ho cominciato a spendere qualche parola in più nel dare notizie ai parenti dei malati, a rimanere più tempo presso il loro letto ascoltandoli, facendoli sentire importanti per me. A volte pregavo in silenzio accanto al loro letto perché sentissero che anche Dio era lì. Tra operatori del reparto cominciamo a fare gruppo, ad aiutarci per garantire il maggior tempo di presenza possibile accanto ai malati, desiderosi di sollevarli nelle loro piccole o grandi necessità.
Solo così ho iniziato a sentirmi un’altra persona. Anche nel reparto coglievo una maggiore complicità e soprattutto riuscivo a vedere in tutto questo la presenza del Signore che tanto avevo invocato».
Un prolungato applauso a suor Elisa esprime la commozione e la gratitudine da parte di tutte noi.

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to Twitter

Scroll Up