di Silvia Micioni

Cappella, Villa s. Pietro - SusaQuando il mio sguardo sarà abbastanza vigile da poter accompagnare il fratello abbandonato per salvarlo, intervenendo al momento giusto, come la sorella per suo fratello Mosè?

Quando sarò abbastanza pronta, come Abramo, a pronunciare l’eccomi di fronte alla volontà di Dio, sia pur questa assurda, come la richiesta del sacrificio di un figlio? Quando la mia fede sarà abbastanza forte da poter prendersi carico degli altri, come quella delle quattro persone che accompagnarono il paralitico da Gesù? Sarà mai abbastanza solida da poter scegliere e dire al Signore di restare, anche quando non sarò in grado di riconoscere la sua presenza, come i discepoli di Emmaus?
Mi ricorderò che sono fatta per guardare in alto, anche quando non sarò capace di alzare gli occhi perché ripiegata su me stessa, come il popolo di Israele?
Sarò capace di accogliere “l’anche tu, Silvia!”, come invito a entrare nella vigna del suo amore gratuito, che mi fa sentire guardata e amata, anche quando, fino a "tarda sera", nessuno mi avrà vista?
Sarò sempre capace di annunciare la sua misericordia che, proprio come per Legione (Mc 5,9), salva dall’essere divisi e divisivi, e non si stanca mai di farlo? Sarò in grado di vedere, come Giacobbe, in mezzo al buio della notte, l’agire di Dio nella mia vita?
No.
Aspettare di avere tutte queste qualità, non credo sia una condizione umanamente possibile. Inoltre, ti àncora al passato, non ti fa vivere il presente, ti proietta in un futuro sperato e ti fa “sopravvivere” nell’attesa.
No. Non è la risposta a queste domande, ma vuole essere un atto di coraggio, come quello di Elisabetta, per cambiare in meglio le cose. Per rendere concreto il cammino e trasformare i punti interrogativi in costante e fiduciosa preghiera.
Non posso che affidare tutto questo a san Giuseppe, padre nell’ombra, persona comune che vive la storia. Padre obbediente, padre del coraggio creativo, padre in viaggio, padre che dà il nome. Padre della tenerezza, padre lavoratore, padre che difende, padre custode, ma soprattutto grande maestro di vita interiore.

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