di Silvia Micioni

Ultimamente ho letto un libro, che è una biografia, estremamente intenso: «Il pianista di Yarmouk», pubblicato da La Nave di Teseola, di Aeham Ahmad, pianista siriano, che racconta la sua vera storia.

Su di lui sono stati scritti tantissimi articoli, ci sono tanti video, informazioni. Nel 2015 ha ricevuto anche l’International Beethoven Prize for Human Rights.
Aeham Ahmad appartiene alla minoranza palestinese in Siria e ha vissuto nel campo rifugiati di Yarmouk, una delle foto più famose che lo rappresenta è quella mentre suona tra le macerie.
Il mio intento non è quello di fare una recensione del libro, ma di sottolineare come questo mi abbia colpita. In primis, perché fa parte della nostra storia, dell’oggi, del nostro quotidiano, anche se ci sembra distante… anche si è incapaci di pensare a determinate situazioni che pur ci sono. Inoltre perché è la storia di un musicista... proprio come me.
Molto banalmente, ho ritrovato tra le parole del libro l’importanza del valore della musica come linguaggio rivoluzionario, ma “non violento”, un linguaggio in grado di toccare fino in fondo le corde dell’anima, anche di quella più annientata. Suoni, come “affilati coltelli”, che tutto possono evocare e tutto possono distruggere, ma in grado di capire e rappresentare appieno l’animo umano nella gioia, come nelle situazioni più strazianti.
«Io sono un pianista. Non ho mai sventolato bandiere. La mia rivoluzione è la musica. Quel giorno capii che doveva essere questa la lingua della mia protesta. Anche se nessuno mi avrebbe ascoltato».
Grazie, Aeham Ahamad, per aver coltivato “il bello” anche tra le macerie.

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