di Elisabetta Civallero

Corre un bambino su un viale alberato o sul ciglio di una strada di campagna o in un bosco autunnale. Striscia i piedi per sollevare nuvole multicolore, liberando una sinfonia suonata...

da tutti gli strumenti di un’orchestra perché le foglie non sono tutte uguali: ognuna ha il suo timbro, la sua voce, il suo modo di staccarsi dai rami, librarsi nel vento e cadere.
In base al carattere della pianta, le foglie, allontanandosi dal “genitore”, seguono comportamenti ben precisi, diversi gli uni dagli altri.
Oggi non si osserva più, non si colgono più i ritmi della Natura, lasciandosi sfuggire le bellezze e le lezioni del Creato.
Mauro Corona, nel suo libro “Il volo della Martora” presenta, nel sesto capitoletto, le varie personalità degli alberi che, al momento del distacco della “prole”, agiscono con malinconia (il Larice) o con esibizionismo (l’Acero) o con egoismo (l’agrifoglio)…
Ognuno manifesta un proprio atteggiamento come il genitore verso un figlio: chi responsabilizza e lascia libero, chi stravede e loda anche quando non è il caso, chi possiede e trattiene. Alla fine, però, tutte le foglie cadono a terra e…, coperte dalla neve, saranno tutte uguali.
Però, come mamma vorrei essere un Frassino che “… bello, elegante e pieno di classe, non ama la monotonia dei luoghi comuni e odia la linea retta. Non si separa dalle foglie prima di aver insegnato loro la danza ed esse, quando è giunto il momento di andarsene, lo fanno con arte e senza rimpianti… e vanno incontro al loro destino, sempre ruotando armoniosamente”.
Come figlia di Dio, vorrei essere la foglia di un Larice: ”Gli aghi non volano via, ma si depositano ai suoi piedi con brusìo lieve di finissima pioggia. Sono riconoscenti verso il genitore e non vogliono morire lontano da lui”.
E allora correre come il bambino, di variopinti colori vestita, verso il Padre.

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