di Elisabetta Civallero

Sessanta - settant’anni or sono, il vestito di una sposa era di colore nero: eleganza e sobrietà davano un tono veramente signorile alla donna arricchita, magari, da un bel velo...

in pizzo, nero. Ancora oggi, l’abito per una serata di gala o per una cerimonia importante è di color nero sostenuto da una parure di diamanti o di rubini, d’oro o d’argento, trucco perfetto con labbra e zigomi al silicone: un gran lusso.
Ma… il nero è anche il colore del lutto, della morte, della notte profonda. E allora, al lusso subentra il dolore.
Dopo aver seguito i fatti avvenuti in un paese alla periferia di Cuneo (il mio amato Paese), il nero è diventato il colore della disperazione e della vergogna. Volantini, affissi anche sulla porta della chiesa e su alcune case, riportavano squisite parole di uno spirito ben lontano dagli insegnamenti del Vangelo (si va tutti a Messa, anche alla Comunione): “Non è un consiglio, è una minaccia: noi i negri non li vogliamo”.
Tutto questo perché si prospettava un’ipotetica accoglienza di profughi. Poi la storia è diventata molto lunga, tortuosa e assurda.
Ma il colore nero è rimasto a rappresentare la disperazione di chi è segnato dall’ingiustizia sociale, mondiale e dalla guerra; la vergogna di chi non è stato capace a discutere razionalmente, ma ha usato soltanto l’insulto. Sono emersi, a livello pubblico, i veri eroi: chi urlava più forte.
Non restano che il silenzio, la preghiera e la convinzione che la Storia, come la vita, è un boomerang: tutto ritorna e chissà che il colore nero non possa diventare simbolo di elegante e dignitosa convivenza civile.

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