di Giovanni Dutto

C’è un dono prezioso, fra i tanti ricevuti, che è l’intuizione. In latino intueor significa guardare con meraviglia ed è davvero con...

meraviglia che grazie all’intuizione riusciamo a cogliere le profondità del reale che la ragione non saprebbe indagare. Con essa raggiungiamo cuore e pensieri di chi ci vive accanto e penetriamo le situazioni di vita. È un istante, un lampo di conoscenza che il troppo indagare potrebbe distruggere. Non si oppone alla ragione, la affianca, a volte la precede, a volte la supera in attesa magari di una conferma dello scandagliare della intelligenza. Se “intelligenza” è (ancora dal latino intus legere) “leggere dentro”, intuire è afferrare una luce che illumina per un istante il mistero.
A quell’intuizione poi occorre far credito, affiancare la fede. È l’esperienza che talora si vive nel rapporto con l’Eterno. In rari momenti qualcosa si mostra per subito sparire. Forse è quanto hanno vissuto le persone corse al Sepolcro vuoto. Nulla lì c’era da ”capire”, molto da “intuire”; non una certezza che soddisfi la ragione, piuttosto un “mistero” che chiede di andare oltre i limiti umani, chiede fede per aprire alla speranza.

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