di Costanza Lerda

Quando il tifo diventa violenzaSarà il prolungarsi del lockdown. Sarà il desiderio di ritrovarsi per fare festa. Sarà che le limitazioni, le mascherine, il distanziamento, non sono naturalmente parte del convivere…

Rappresentano in questi tempi il rispetto dovuto alla propria e altrui vita. Ci troviamo invece di fronte a fatti che toccano l’opinione pubblica, con riflessioni troppo tardive. L’assenza di attenzione per gli altri, per le conseguenze delle nostre azioni possono però evolvere in situazioni incontrollabili con epiloghi gravi.
È vera gioia lanciare il proprio mezzo a velocità sostenuta sulla piazza dove il passaggio dei veicoli non è consentito?
Quale soddisfazione esilarante ritrovarsi senza protezioni in assembramenti difficilmente controllabili perché la nazionale ha vinto una partita?
Riflettiamo, ripensiamo all’importanza che diamo alle nostre azioni, in cui riponiamo profondi sentimenti. Comprendo anche chi ha la responsabilità di far rispettare le regole. Può soltanto appellarsi al senso civico di ognuno perché una marea osannante di persone, magari anche con qualche bicchiere di troppo in corpo, è difficilmente contenibile.
In conclusione mi sembra, però, che si sia perso un po’ il senso.
Esagerati nell’espressione della gioia nazionale con la conseguenza di mettere a repentaglio la propria vita e quella degli altri.
Ecco una significativa frase del giornalista sportivo Bruno Pizzul, uno che se ne intende: «…. Il tifo deve essere espressione gioiosa di appoggio ai propri colori, ma al tempo stesso di rispetto e tolleranza verso gli altri».

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Il fatto in Controluce

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