di Angelo Fracchia

La risurrezione di LazzaroC’è un sepolcro, chiuso già da quattro giorni. C’è un predicatore itinerante che ha già fatto tanti prodigi. Finora, nel vangelo di Giovanni, soltanto a beneficio di vivi. C’è una folla che guarda,...

che pensa che, se fosse arrivato prima, avrebbe guarito il suo amico. Ma in quella folla ci sono due atteggiamenti diversi. C’è quello di chi si fida, di chi vuole venire incontro, pur senza osare neppure dire ciò che spera: «Se fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto», dicono sia Marta sia Maria, in due tempi e luoghi diversi. È la fede di Sara, che sente promettere un figlio ad Abramo e si organizza di fargli avere un figlio dalla schiava, è quella di Isaia che chiede di essere inviato, è quella della prima chiesa che si sforza di capire, con la propria intelligenza, che cosa voglia lo Spirito Santo. Marta e Maria non pretendono, anche se si capisce che sperano ancora; non vogliono mettere in difficoltà Gesù, anche se si fidano di lui...
E poi ci sono gli altri, i nemici: «Non poteva far sì che non morisse?». Pare che anche loro credano che Gesù potesse salvare Lazzaro. Ma glielo ritorcono contro. Sono quelli che Aldo Fabrizi diceva che si siedono a braccia conserte in teatro dicendo: «Mo’ facce ride!», e si condannavano a non divertirsi. Sono i bambini che secondo Gesù non riescono a stare al gioco, «vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto».
Per questi il successo della vita porterà a voler uccidere non solo Gesù ma anche Lazzaro. È l’atteggiamento pessimista e lamentoso che vediamo anche intorno a noi in tanti, forse in noi stessi, che ci condanna a non vedere neppure i segni di speranza... e addirittura a spegnerli.
Mentre Gesù è chiaramente dalla parte della vita: «Liberatelo e lasciatelo andare».
V Domenica di Quaresima A Leggi il vangelo secondo Giovanni 11,1-45

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