di Angelo Fracchia

Lo sappiamo, nell'ultima cena Gesù ci lascia un esempio: serviamoci a vicenda. Lo intuiamo, c'è qualcosa di straordinario nel fatto che il maestro e Signore si metta a servire anziché farsi servire.

Non solo: cogliamo quanto amore gratuito, generoso ci sia nel servire in quel modo che per le consuetudini ebraiche era vietato anche agli schiavi, perché troppo mortificante. In più, è un servizio offerto per amore totale anche a Giuda, colui che lo tradirà, pur sapendo che ne sarebbe stato tradito.
Ma c'è ancora qualcosa di oltre, che Pietro ci lascia intravedere.
Anni fa un fratello cottolenghino, a un volontario che si diceva ammirato di ciò che vedeva al Cottolengo (e intendeva il servizio offerto da volontari, suore e fratelli), rispose: «Hai ragione: mi sconvolge la disponibilità con cui tanti malati si lasciano servire ogni giorno, in piena umiltà».
Se è difficile mettersi a servizio, non lo è di meno lasciarsi servire. Eppure è ciò che Gesù chiede a Pietro e a noi: «Non preoccuparti, lascia che io ti serva, lasciati trattare non da servo né da padrone ma da amico. Se tu fossi il mio padrone, non potresti chiedermi di lavarti i piedi. Ma chi ama non ha vincoli, non ha limiti. Lasciati amare, senza chiederti che cosa darmi in cambio. Lasciati solo amare».
Giovedì santo, anno B Leggi il vangelo secondo Giovanni 13,1-15

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