di Angelo Fracchia

Ma come? Ma non dovevamo vivere con Dio una relazione personale? E Gesù "non si fidava"? Noi spesso leggiamo i vangeli come se fossero un elenco di leggi. Se la legge dice qualcosa,...

quel qualcosa va inteso alla lettera (poi, in realtà, persino le leggi vanno interpretate...). Ma se un amico che so essere onesto e rispettoso degli altri mi dice che, se riesco, devo rubare ai più poveri, capisco che probabilmente sta facendo sarcasmo o mi sta offrendo un enigma; siccome quella frase non corrisponde a come lo conosco, intuisco che devo saperne di più, chiedergli spiegazioni. È quello che dovremmo fare anche con i vangeli. Ed è ciò che la tradizione cristiana chiama "analogia della fede": quello che mi sembra incoerente con il resto della fede, probabilmente lo sto capendo poco bene o devo pensarci meglio. Con le persone, in effetti, ci comportiamo così!
E allora che cosa intendeva dire il vangelo di Giovanni? Subito prima l'evangelista ha fatto notare che le persone che vedevano i segni di Gesù credevano in lui. I segni non sono garanzie, non sono prove. Ma se vedo qualcuno fare un gesto buono quando non pensa di essere visto, posso immaginare che lo faccia sempre. Non è una garanzia, ma è un segno affidabile. Se vedo che Gesù cerca un rapporto con il Padre che sia autentico, che non passi dalle forme esteriori, posso credere che davvero Gesù conosca il Padre.
Ma perché lui non si fida? Perché lui non ha bisogno di segni, di gesti nostri, magari difficili da interpretare, magari facili da fraintendere. Lui, che è Dio, conosce il cuore. "Non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza sull'uomo", ossia non ha bisogno che gli si parli bene di noi: ci conosce, e anche quando all'esterno non si capisce chi siamo, lui conosce il cuore.
III Domenica di Quaresima B Leggi il vangelo secondo Giovanni 2,13-25

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