di Costanza Lerda

Carità è ascoltareUna parola che evoca tante riflessioni, azioni, di singoli e di organizzazioni. Ci diciamo anche consapevoli dell’importanza di richiamarla o no nei nostri rapporti in famiglia e nella società.

Oggi vorrei condividere un piccolo fatto personale a cui è seguita una sensazione che mi ha messa a disagio. In sostanza mi sono sentita inadeguata. E poi devo proprio scomodare questa parola per descriverla? Io direi di sì.
Ho per caso incontrato, anzi visto con la coda dell’occhio una persona conosciuta negli anni del mio lavoro. Un uomo, anche se per noi operatori sociali le persone che abbiamo conosciuto non invecchiano, sono quelli incontrati da ragazzi, da giovani, a volte da bambini. E tali rimangono anche dopo. Allora lo vedo con la coda dell’occhio, ad una certa distanza, tiro dritto, ho anche la mascherina, non mi riconoscerà.
Urla il mio cognome quando sono appena scomparsa dalla sua vista, per due volte… il primo istinto è quello di far finta di nulla. C’è gente… Poi mi fermo: temo che mi chieda soldi, come a volte accade, temo di non sapere che fare, mi sento a disagio… Ogni tanto beve. Si avvicina e mi ricorda di quando aveva vent’anni e veniva da una mia collega, bei tempi, dice… non mi chiede nulla se non questa condivisione di ricordi, di passaggi, che nel suo pensiero rimangono positivi. Non ha avuto una vita facile.
Ho collocato la mia prima spontanea reazione in una poca attenzione alla carità, in una paura. Mi ha fatto riflettere sull’importanza di legami che si costruiscono, nonostante le difficoltà. Possono lasciare segni che aiutano, gratuiti.

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