di Costanza Lerda

Litigiosi sull’immigrazione, d’accordo sugli investimenti militari: i Paesi dell’Unione Europea,  approvano una pioggia di denaro al comparto bellico... ma oltre 800 scienziati si ribellano.

È una notizia del luglio 2018: mezzo miliardo di euro per il biennio 2019-2020 per ricerca e sviluppo all’industria bellica.
E, allora, 800 ricercatori e studiosi hanno deciso di ribellarsi a queste politiche sottoscrivendo la petizione Reaserchers For Peace. Si tratta di una campagna internazionale lanciata da coloro che da anni denunciano lo squilibrio tra gli investimenti virtuosi (per la tutela ambientale e contro i cambiamenti climatici, per ridurre le disuguaglianze) e quelli militari.
«L’Europa deve fare delle scelte su quale sia la tipologia di ricerca che intende finanziare: ogni euro può essere speso una sola volta», sottolinea Jordi Calvo Rufanges dal Centre Delas di ricerca sulla Pace di Barcellona. Da qui la richiesta dei firmatari all’Unione Europea di continuare a concentrarsi sugli investimenti nelle aree di ricerca civili, che migliorano la qualità della vita, contribuendo a risolvere problemi sanitari e ambientali.
«Invece di fornire finanziamenti per nuove tecnologie militari, l’Unione Europea dovrebbe sostenere, in maniera forte e coraggiosa, ricerche innovative che possano aiutare ad affrontare le cause profonde dei conflitti, contribuendo nel contempo alla risoluzione pacifica delle controversie», aggiunge Francesco Vignarca, Coordinatore della Rete Italiana per il disarmo, partner della mobilitazione “Researchers for Peace”.

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