di Costanza Lerda

Conosciuta da pochi, originaria di un piccolo paese della Cornovaglia, considerata un’eroina nazionale in Sudafrica, denunciò l’esistenza dei campi di concentramento di Sua Maestà britannica...

nei quali morirono orrendamente decine di migliaia di boeri negli anni a cavallo tra l’800 ed il ‘900. Infermiera, pacifista, militante politica, attivista per i diritti umani e di fatto missionaria laica nel Sudafrica dilaniato dalle guerre anglo boere. Fu lei a scoprire le condizioni di vita di donne e bambini rinchiusi su base etnica nei campi di internamento.
“All’interno di piccole tende dall’odore nauseabondo, prive di letti e materassi, vivono fino a dodici persone che quasi non possono muoversi, prive di sapone e con un approvvigionamento idrico totalmente insufficiente, Per potersi scaldare, donne e bambini devono andare a raccogliere gli arbusti nelle colline circostanti”, scrisse in un rapporto recapitato al parlamento inglese nel 1901. Vita intensa e travagliata quella di Emily che si batté strenuamente contro il suo governo e contro gran parte della stampa inglese che la derideva, definendola una ribelle, una bugiarda, una nemica del suo popolo, donna isterica, credulona, traditrice, esagerata.
I suoi appelli smossero però l’opinione pubblica che spinse per la nomina di una commissione d’inchiesta che alla fine del 1901 visitò i campi di concentramento e fece pressioni per migliorarne le condizioni di vita. Espulsa dal Sudafrica vi fece ritorno alla fine della guerra per insegnare alle donne boere l’arte della filatura e della tessitura. Conobbe Gandhi col quale strinse una collaborazione che la portò in seguito a prendere a cuore la causa dell’indipendenza dell’India. Morì a Londra nel 1926, morte passata quasi inosservata nel suo paese, ma “evento” in Sudafrica dove oltre ventimila persone la salutarono come una principessa, nel solenne funerale di stato.

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