di Costanza Lerda

«Musulmano è colui che non ferisce mai nessuno né con parole né con azioni e lavora invece per il benessere e la felicità delle creature di Dio. La fede in Dio è amore del proprio compagno».

«Per i bambini di oggi e per il mondo, il mio pensiero è che solo se accettano la nonviolenza possono sfuggire alla distruzione e vivere una vita di pace. Se questo non accadrà, il mondo andrà in rovina». Sono parole di Abdul Ghaffar Khan, detto anche Badshah Khan, nato nel 1889 in un villaggio del nord-ovest del Pakistan al confine dell’Afganistan, zona attraversata da forti turbolenze e instabilità politiche e morto a Peshawar nel gennaio 1988, conosciuto anche come Gandhi musulmano.
I suoi appelli per una trasformazione sociale, per una distribuzione equa delle terre e per un'armonia religiosa erano invisi alle autorità britanniche nonché ad alcuni potenti politici, leader religiosi e grandi proprietari terrieri, e gli costarono due attentati e anni di prigionia.
Entrato in contatto con Gandhi e con altri pensatori musulmani indiani, ne assorbì l’influenza e si impegnò per la difesa dei diritti delle persone meno abbienti investendo molte energie fin dall’inizio della sua ricerca nell’ambito dell’istruzione, considerata la via prioritaria per la conquista della libertà.
Si attivò anche per difendere i diritti delle donne, in questa direzione si sono pure impegnate le sue sorelle contribuendo a sviluppare una cultura mirata al rispetto dell’identità delle donne e all’applicazione della pratica della non violenza per la gestione delle relazioni non solo nei confronti del popolo indiano, ma anche rispetto ai colonialisti inglesi. Badshah Khan fondò il primo esercito nonviolento della storia, Khudai Khidmatgar (servi di Dio), il cui giuramento recitava: “...., prometto di servire l’umanità nel nome di Dio. Prometto di astenermi dalla violenza ... Prometto di perdonare coloro che mi opprimono ...”.
In questi tempi di insicurezza e paura, ci fa bene conoscere Abdul Ghaffar Khan.

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