di Costanza Lerda

La speranza è la giovane indigena che benedice il Papa. È accaduto a metà febbraio, in Vaticano, nel corso dell’incontro...

di Francesco con i 40 rappresentanti dei popoli indigeni (in rappresentanza di una popolazione stimata in 370 milioni di unità) convocati a Roma dal Fondo Internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad).
“Per spiegare l’importanza dell’incontro basta raccontare un gesto, il Papa che china il capo e si fa benedire da una giovane indigena”: questo ha scritto l’Avvenire e questo ha suscitato la mia curiosità, al limite della commozione, al di là dei concetti, pur serissimi e del tutto condivisibili, contenuti nel messaggio.
Il Pontefice ha richiamato l’attenzione soprattutto a quando si vanno a strutturare attività economiche che possono interferire con le culture indigene e la loro relazione ancestrale con la terra. In questo senso ha sottolineato come dovrebbe prevalere il diritto al consenso previo e informato, come prevede l’articolo 32 della Dichiarazione sui diritti dei popoli indigeni, adottata dall’Assemblea generale dell’Onu nel 2007.
“E voi, nelle vostre tradizioni, nella vostra cultura – perché quello che voi portate nella storia è cultura – vivete il progresso con una cura speciale per la madre terra. In questo momento in cui l’umanità sta peccando gravemente nel non prendersi cura della terra, io vi esorto a continuare a dare testimonianza di questo; permettete le nuove tecnologie – che sono lecite sono buone – ma non permettete quelle che distruggono la terra, che distruggono l’ecologia, l’equilibrio ecologico e che finiscono per distruggere la saggezza dei popoli”.
Mi sono allora venute in mente le esortazioni e i racconti di tanti missionarie e missionari che, nella temporanea permanenza da noi, fatta propria la saggezza dei nativi incontrati, riportano con orgoglio quanto appreso in questa vicinanza, azioni e pensieri utili e significativi per tutti.

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