di Francesca

Dell'Argentina mi porto dietroL'Argentina per me è stata Hogar.
Hogar significa casa: non solo, però, in senso fisico ma prima di tutto in senso spirituale, relazionale e psicologico.

Di questa casa mi porto dietro l'accoglienza incondizionata che scalda il cuore e che, io per prima, ho ricevuto dalle persone che ho incontrato, in una terra che non era la mia.
Mi porto dietro il calore argentino dell'incontro con l'altro, dello stare, del condividere.
Il profumo del mate e di tutto quello che si porta appresso: il desiderio naturale e spontaneo di sedersi insieme, di fermarsi, di non correre, che genera un fuoco caldo, come calda è la vicinanza tra la gente.
Mi porto dietro gli occhi appassionati di chi, con immenso amore, non smette di ricordare agli altri che è possibile scegliere di cambiare vita, di cambiare strada, e che a volte basta credere un po' di più in se stessi, scegliendo di andare oltre se stessi. Ho vissuto l'importanza di andare oltre alle apparenze e di provare a guardare oltre a ciò che si vede, oltre all'idea che tu dai quello che sei abituato a ricevere e vedi quello che i tuoi occhi sono abituati a vedere. Ho imparato che le radici di una persona si impongono quasi senza volerlo, ma che è possibile sradicarle forse anche grazie allo sguardo che per prima cosa non vede le ferite, le debolezze, ma soprattutto le ricchezze. Questo è ciò che le persone che vivono quotidianamente con i bambini, i ragazzi e le ragazze nell'hogar si propongono di essere: luce nelle tenebre.
Mi porto dietro l'immensità dei bambini quando, mentre stai andando via, ti chiedono “Ti fermi?”, con un amore che ti riempie il cuore e te lo ribalta allo stesso tempo. Così ti rendi conto di quanto la tua presenza e il tuo stare sia importante per loro, al di là della lingua che a stento riesci a parlare, consapevoli che c'è una lingua e un amore universale. Mi hanno insegnato quanto l'amore e l'accettazione incondizionata dell'altro sia il segreto di quel Dio che ci ama così come siamo, come loro hanno fatto con me. E spero io con loro.
Mi porto dietro le sensazioni della fatica più grande: il ritorno veloce e inaspettato a causa del covid-19. Questo ha modificato il progetto di esperienza che avevo ben chiaro nella mia mente e ormai anche sulla mia pelle; ha reso difficile prendere visione di una realtà che si è modificata troppo velocemente come non pensavo e, soprattutto, come non speravo. Ho dovuto fare i calcoli con quella che è la mia tentazione di fare da sola - o meglio - di andare dritta per la mia strada. Ho dovuto ridimensionarmi e ripensarmi diverse volte, vivendo nell'incertezza di una persona che si sposta e che non sa dove pensarsi nei mesi successivi. Ma tutto questo mi ha ricordato che la mia strada non viaggia da sola ma si incrocia con le strade degli altri. E questa è la bellezza più potente.
Ma soprattutto mi porto dietro la consapevolezza che la pace non può che partire da me stessa, da ciò che sono e dal vivere con amore il presente. Essere pienamente qui, nel qui ed ora. Tenere a mente quell' “Avete occhi e non vedete” che Gesù ci ricorda, mi ha insegnato a cambiare sguardo, ad andare oltre alle fatiche e a cercare sempre ciò che, seppur piccolo, si può raccogliere ogni giorno. Mi ha insegnato a riconoscere ciò che mi circonda e soprattutto a riconoscere e a dare un nome prima di tutto a me stessa.
Sarà forse l'amore di quel Dio che chiama tutti per nome e ama perdutamente?
Sicuramente ho bisogno di lasciarmi ancora insegnare, e soprattutto incontrare, da questo Dio di cui ricerco senza fine il profumo.

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