di Angelo Fracchia

Dio bambinoUn po' tutti noi abbiamo un'idea di Dio che precede l'incontro con lui, e resta sullo sfondo. Succede così con tutte le realtà più importanti della vita: abbiamo una concezione, magari idealizzata,...

ad esempio dell'amore, finché non ci innamoriamo e i nostri preconcetti vengono corretti, in parte ridimensionati e in altra parte molto approfonditi e arricchiti. Quell'idea preconcetta continua a restarci dentro e magari sotto a ciò che viviamo. Quella su Dio è stata in fondo rielaborata anche dai filosofi ed è persino finita nel catechismo: «Dio è l'essere perfettissimo, creatore e signore di tutta la terra».
Noi immaginiamo una intelligenza cosmica che decide e giudica tutto ciò che accade, e quando ci succede qualcosa che riteniamo ingiusto ce la prendiamo con lui, pensando che o si è distratto (ma in fondo non ci crediamo) oppure ce l'ha con noi. Ma gli evangelisti, che hanno conosciuto Gesù, hanno scoperto che le cose non stanno precisamente così. Hanno sperimentato che il Dio della Bibbia, quando entra nel mondo, non cancella la croce castigando i crocifissori, ma ci sale sopra, condividendo la sofferenza dei perseguitati e mostrando loro che la croce non è l'ultima parola.
È allora coerente con quel Dio, che non potevamo immaginare finché non si è fatto conoscere, prendere su di sé, fino in fondo, l'umanità vera, quella fragile, quella che ha bisogno dell'aiuto degli altri, quella che deve imparare perché non sa già come si fa a vivere. Quella di ogni uomo che viene nel mondo, affidato per anni alla protezione e alla custodia di altri (sperando che siano affidabili!) e che deve fare la fatica di imparare ogni cosa. Il Dio della Bibbia è così. Nasce da una donna, nasce neonato avvolto in fasce, che siamo abituati a pensare come una formula tenera, da presepe, ma che significa con il pannolino addosso e messo in condizione di non muoversi.
Questo vuol dire che Dio non si vergogna della nostra fragilità. Dell'umanità non ha condiviso la ribellione e la cattiveria; ma si è fatto neonato, perché la debolezza e il bisogno non ci allontanano dall'umanità, o da Dio. E vuole anche dire che la nostra fragilità, debolezza, bisogno, possono essere il posto in cui Dio si fa conoscere, si mostra, si fa incontrare. Quando siamo deboli, non siamo più lontani da Dio. Anzi, probabilmente gli siamo più vicini.
Natale del Signore i giorni di vacanza potrebbero essere l'occasione per rileggere il racconto del Natale, magari nel vangelo secondo Luca, capitoli 1 e 2

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