di suor Anna Vacchetta

Hamza esce dal carcere, per fine pena, il martedì e, dopo 5 giorni di ospedale, muore nella notte. Vado a trovarlo e prego vicino alla sua salma coperta con un lenzuolo, accanto a lui un sacco dell’immondizia...

coi suoi effetti personali! Solo, lontano dalla sua terra pakistana, dai suoi famigliari, parenti e amici. Mi dico - molto triste -: «I poveracci vivono soli e muoiono soli».
Vengo, poi, a sapere che Silvano, medico in ospedale e volontario in carcere, lo ha assistito. Vedendolo peggiorare, senza nessuno vicino, ha contattato due colleghi in servizio, focolarini, che si sono alternati, con alcuni giovani, e sono stati accanto alla salma “di nessuno”.
Un signore pakistano e un interprete indiano hanno offerto la loro disponibilità per alcune pratiche. Sono riusciti a contattare la mamma e due sorelle, comunicando loro la triste notizia.
La comunità pakistana di Cuneo si è autotassata per poter riportare Hamza a casa sua.
Al signore pakistano di riferimento, sono giunte, in seguito, parecchie telefonate dal Pakistan, dalla Turchia, dall’Europa.
In risposta al mio commento desolato del morire soli, ho ricevuto questo messaggio: “Nessun uomo è solo. In qualche parte del mondo, qualcuno lo ha apprezzato e gli ha voluto bene”.

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