di Angelo Fracchia

Pasqua: la vita ha vinto“Andrà tutto bene”: continuiamo a sentircelo dire, a ripetercelo, in questi giorni. Ne abbiamo bisogno. Innanzi tutto è conforto per gli altri, e poi è incoraggiamento a noi, speranza.

Certo, poi guardiamo la condizione degli ospedali, contiamo i morti o li chiamiamo per nome, vediamo la fatica di chi si riprende ma con tempi lunghi... e ci sentiamo un po’ bugiardi.
Anche la Pasqua dice che andrà tutto bene... ma lo dice in modi diversi.
Nel Getsemani Gesù invoca la liberazione dal calice che deve bere, e ci verrebbe da dire che invece il Padre non lo ha ascoltato. C’è chi, in questi giorni, si chiede dove sia Dio, ma la stessa domanda avrebbe potuto farla (anzi, l’ha fatta!) Gesù sulla croce. Un Dio “al modo nostro” tirerebbe Gesù giù dalla croce. Ma questo significherebbe rinviare soltanto lo scandalo della morte. Il figlio della vedova di Nain, la figlia di Giairo, Lazzaro, moriranno di nuovo.
Il Padre di Gesù prende assolutamente sul serio la morte. Suo Figlio non c’è più. Non lo ha tirato giù dalla croce. Non lo ha liberato dalla morte.
Anche se...
Anche se la domenica mattina la pietra davanti al sepolcro non c’è più. I veli che avvolgevano il cadavere sono piegati in un angolo. Ma lui non c’è. E potremmo addirittura dire che sono stati i suoi discepoli a rubarlo. Questo è lo stile e il contenuto dell’opera del Dio cristiano: non abbaglia gli altri con la sua potenza, non sfugge ai vincoli della storia. Aspetta che la storia abbia finito di parlare. E poi parla lui. E dice soltanto vita, che non finirà più, che non ha più condizionamenti, che ha rispettato fino in fondo le scelte degli altri e ora può esprimersi. Davvero, a questo punto, si può dire che “andrà tutto bene”.
La Pasqua ci dice che la croce c’è, è dura e pesante. Ma non è l’ultima parola. E poi non avrà più alcuna presa su di noi. La morte non è sfuggita, è attraversata e vinta.
Si potrebbe leggere, tra i vangeli della risurrezione, quello proposto oggi dalla liturgia: Giovanni 20,1-9

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