di Silvia Micioni

“La legge dice: conoscenza senza i e coscienza con la i, altrimenti sbagli, fai un grave errore e verrai punito”. Ma se invece di dire così… iniziassimo a raccontare che … “Un tempo c’era una lingua...

- ‘mamma’ di quella che parliamo noi ora - e in questa lingua erano utilizzati due verbi… uno Scio che significava… e l’altro Cognosco… che invece… per cui alla coscienza serve la i perché… vedi i tuoi avi utilizzavano questo e…” ancora e ancora.
Questa è una piccola ed eccessivamente banale riflessione che però fa capire quanto sia fondamentale motivare, spiegare, far riflettere sulle cose, non dettarle come legge, piuttosto raccontandole, facendole esperire, ma soprattutto facendone cogliere il bello che c’è. È questo che è emerso dall’incontro di sabato 20 ottobre a Torino, organizzato dalla Commissione GPIC, a cui ho potuto partecipare solo a una minima parte.
I giovani non hanno bisogno di qualcuno che imponga le cose dall’alto, che continui a dire qual è la strada giusta da prendere. I giovani vogliono sperimentare e sbagliare perché è anche, se non soprattutto, sbagliando che si ritrova la strada giusta.
Essi cercano, pertanto, adulti che siano autentici, vicini, in grado di vivere e camminare con loro. Anche la Chiesa, in questo, può e deve contribuire ascoltando, essendo credibile e coerente, ma soprattutto rendendosi capace di far cogliere il Bello della vita e delle esperienze… Ad esempio: costruendo una liturgia “più giovane” e vicina al loro mondo percettivo.

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