Padre Médaille scrive: «Non perdete mai di vista il fine sublime della vostra professione» (MP II,1). Mi piace abbinare alla parola “professione” quella di promessa.
Una promessa che va riconfermata nella quotidianità. Così intesa la professione/promessa è di tutti. Certo talora le circostanze possono portare a cambiare stato, ma la promessa di fondo, quella di essere portatori di giustizia e pace, resta ed è ad essa che la serietà del vivere chiede di essere fedeli. Anche i laici dunque sono chiamati a “non perdere mai di vista il fine sublime”, ognuno nel proprio stato, ambiente, condizione.
L’espressione “fine sublime” poi chiede molto: chi può ritenersi tanto capace da tenere sempre la giusta rotta nelle tempeste e lusinghe del mondo! Consolano le “grazie” (se ne può essere consapevoli o no, persino si può rifiutare simile consolazione, sostituire quel termine con altri più vicini al proprio modo di pensare), ma da sempre per la bontà divina esse ci accompagnano.
