Ho voluto rileggere qualche articolo sulla tragedia svizzera, dopo un po’. I titoloni svaniscono nel giro di poco: è normale, altre notizie si aggiudicano le prime pagine dei giornali e del web.
E di fronte a quanto accaduto a Crans Montana, ai commenti seguiti, mi è venuta in mente l’improvvisa morte del figlio di una mia carissima amica. Decesso di notte, senza preavviso di malattia o di un’azione inadeguata del ragazzo. È successo. La mia amica mi fa comunicare la notizia e mi chiede «Se ti senti, vieni a trovarmi».
Mi sono ricordata di questo leggendo i commenti dei cronisti che incontrano i parenti dei ragazzi deceduti. “E invece non ci sono deroghe, il dolore è un tempo da vivere. Anche se amaro, va succhiato fino al fondo del bicchiere. Solo così nel muro del dolore si può aprire una crepa. Solo vivendo fino in fondo il tempo dell’afflizione si potrà accedere alle stanze della consolazione” (Un giornalista). E di fronte al dolore, a questo dolore siamo tutti uguali.
È stata forse la ricchezza a portare quei ragazzi in quella precisa discoteca, ma quanto accaduto ha trascinato tutti nella medesima disperazione. Nessuna differenza dall’incendio del cinema Statuto a Torino a febbraio del 1983. La stessa poca attenzione alle norme di sicurezza, ma quando capita, questo è insignificante di fronte al vissuto di chi rimane. Nessun risarcimento, nessuna sentenza potrà colmare quanto accaduto. Come nessuna analisi clinica approfondita ha consolato la mia amica su eventuali segnali di problemi sanitari del figlio.
“Nel dolore bisogna imparare a starci”, il duro e severo commento del giornalista.
