Da bambina nel pomeriggio del giovedì al mio paese passavano dei poveri a chiedere l’elemosina. Era il giorno in cui i ricoverati dell’ospizio per anziani potevano uscire. A volte non erano vecchi.
Semplicemente persone ricoverate perché non in grado di vivere da soli. Oppure ogni tanto compariva qualche “rom” nostrano. Erano diventati figure familiari.
Nell’Esortazione Apostolica “Dilexi te” viene richiamata la vita delle prime comunità ecclesiali come un esempio da seguire. La carità ti porta a immaginare Dio che non vedi, che non conosci. In questo modo “il povero ti avvicina a Dio, ti fa scoprire Dio”. Non è tutto facile, perché a volte i poveri hanno caratteristiche che non ci vanno a genio, sono insistenti, ti fanno perdere tempo.
Quelli che passavano casa per casa non erano solo economicamente poveri: un pasto e un posto dove dormire ce l’avevano. Allora che cosa cercavano? Un’attenzione particolare, una vicinanza che nella comunità di vita non trovavano. E questo valeva anche per le prime comunità cristiane dove i poveri erano quelli che arrivavano da lontano.
Ci consola sapere che “Dio ama chi dona con gioia”? A me sì. Sovente il riscontro di un sorriso, una vicinanza che ti fa sentire parte del mondo, della società in cui vivi. Oggi ti fa sentire parte di un mondo che è venuto a trovarci, magari da lontano, con fatica e cerca di convivere con noi e le nostre tradizioni, usanze.
Dobbiamo essere in grado di adeguare ai cambiamenti le opere di carità che sono nate tanti anni fa qui da noi, per renderle attuali, significative e non mortificanti per coloro che sono nel bisogno.
