Tanti anni fa mi ero soffermata sul contenuto dei pacchi forniti alle popolazioni che sono costrette a fuggire dalle zone di carestia o di conflitto, avendo perso tutto. Immaginavo soltanto cibo.
Mi aveva quindi colta di sorpresa che con gli alimenti fosse fornito anche un pezzo di sapone. Pensandoci bene ho compreso il perché. Da allora faccio attenzione a non sprecare neanche il mio.
Ho letto una notizia che mi ha fatta riflettere. Il quotidiano Avvenire del 15 febbraio 2026 parla ampiamente dei bambini “bruciati dalla soda”. Riferisce dell’ospedale di Emergency in Sierra Leone, a Freetown. Il fenomeno non è nuovo. Si tratta soprattutto di piccoli che inavvertitamente hanno bevuto soda contenuta in recipienti non ben custoditi. La soda diluita sembra acqua e loro hanno sete. Le mamme sono indaffarate in mille incombenze e i contenitori sono negli spazi familiari, ben raggiungibili.
All’inizio degli anni duemila alcune piccole ONG e il governo stesso del Paese avevano promosso, tramite progetti di microfinanza, la produzione di sapone a livello casalingo, per uso personale o da rivendere al mercato. La soda veniva diluita con l’acqua. Incidenti casalinghi si sono contati negli anni. Se con l’intervento dei sanitari si riesce a riallargare l’esofago il bambino può riprendere a mangiare in autonomia. In caso contrario per tutta la vita verrà nutrito tramite un sondino direttamente nello stomaco.
Isatu Alie ha 22 anni. Quando ne aveva tredici ha ingerito la soda per errore. Non mangia e non beve da allora dalla bocca. È stata assunta da Emergency come Health Promoter (promotrice della salute).
