Alla ricerca di notizie positive ho incontrato nuovamente suor Azezet H. Kidane, una figura significativa. L’avevo conosciuta nel mio viaggio in Palestina, prima dei disastri degli ultimi due anni.
Ci aveva accompagnati, con altre sue consorelle, suor Alicia e suor Agnese, in visita ai beduini nel villaggio di Khan al-Ahmar, sulla strada per Gerico. Si era altresì soffermata sul suo impegno con le donne vittime di violenza a Tel Aviv. Ho letto la sua biografia: una donna africana, che decide di diventare missionaria alla sequela di Daniele Comboni, il ramo femminile. Quanta ricchezza nel racconto, quanta riflessione e coraggio.
Nata in Africa, in Eritrea, sceglie di stare dalla parte dei più poveri, sempre, quelli dimenticati, per tutta la vita. Parla dei momenti difficili, dello scoraggiamento che può subentrare, non si tira indietro nel raccontare le difficoltà che ha dovuto affrontare. Oserei dire come una persona “normale”.
E lei è una persona normale, che ha saputo dove collocarsi, come comportarsi. Ha incontrato i lebbrosi, ha allacciato rapporti significativi con persone di fede diversa (mussulmani, ebrei, cattolici, cristiani), trovando sempre un percorso comune su cui avviarsi e ce lo racconta come una strada che ognuno può intravedere.
La preghiera l’aiuta e l’ha sempre aiutata. Significativo il rapporto con le donne musulmane nei villaggi, cogliendo l’essenziale: «Sapevano che Alicia e io eravamo cristiane, ma non ci hanno mai trattate come un corpo estraneo. Ci hanno fatto sempre sentire parte di loro. Ci siamo rubate il cuore reciprocamente».
