I poveri, nell’attenzione della Chiesa, sono passati da persone da aiutare e da avvicinare a persone da ascoltare e da interpellare prima di intraprendere qualsiasi azione nei loro confronti.
Questo implica una conoscenza reciproca, un intervento non invasivo, un rispetto nell’ascolto di bisogni e pensieri. È però vero che non è sempre semplice. Chi aiuta a volte pensa di avere delle soluzioni da proporre che tuttavia non incontrano i desideri di chi ha bisogno. E allora si tratta di impiegare più tempo per mettersi in ascolto, per comprendere, senza pretendere di avere soluzioni preconfezionate. Possiamo dire che dai pronunciamenti del Concilio Vaticano II l’attenzione ai poveri ha richiesto ai fedeli maggiore riflessione. Arriviamo a papa Francesco (i cardinali "sono andati a prendermi quasi alla fine del mondo"), che, particolarmente attento all’impoverimento legato all’ingiustizia della distribuzione dei beni terrestri, ha mantenuto salda la vicinanza a queste fasce di popolazione. Ricordo bene la differenza evidenziata durante un mio viaggio in Brasile, anni fa, accompagnata da suor Anita Massa. Le donne, le mamme dei bambini che frequentavano la scuola materna avviata nel quartiere, ben coscienti dei loro diritti, vi dedicavano energie ed erano in grado di produrre pensieri adatti alla salvaguardia di sé stesse e di chi con loro viveva. Ho ancora ben presente anche una giovane donna con il suo bambino in una favela, poco distante, nella stanza di terra battura, silente e non consapevole delle sue necessità, rassegnata e atterrata dal bisogno, incapace di alzare il capo.
