Da sempre la Chiesa si è interrogata, oserei dire ha invitato caldamente i propri seguaci ad essere attenti alle persone in difficoltà e a ritenerle amate da Dio, più di altri fedeli.
Papa Francesco sognava una “chiesa povera per i poveri”. Non è facile immaginare una Chiesa povera se superficialmente osserviamo quanto ci sta attorno. Scendendo un po’ di più nei particolari ci accorgiamo, però, che gli operatori direttamente coinvolti con chi fatica si adeguano alle persone che incontrano e che devono seguire, sia nell’abbigliamento, sia nella quotidianità della propria esistenza.
Certo nelle varie epoche cambiano anche le modalità di avvicinarsi, di accogliere. Si tratta di aggiornare questi comportamenti e chi ha a che fare con i poveri se ne rende conto da subito.
Mi pare innanzi tutto che si debba conservare un profondo rispetto per chi è in difficoltà. In quanto persone, hanno una loro dignità che dobbiamo essere attenti a non scalfire. Direi che bisogna imparare a “vederli” per potersene prendere cura. Bisogna ascoltarli, valutare le richieste e le motivazioni.
Non siamo noi, che stiamo relativamente bene, a dover soppesare la difficoltà dell’altro, bisogna sentire lui. E questo non è immediato, a volte, ci vuole tempo!
Oserei dire che il prendersi cura deve essere condiviso dalla persona che avviciniamo, pena la non riuscita del progetto.
È un impegno.
Quante volte abbiamo sentito dire che non è facile perché le soluzioni che, magari, a noi sembrano ottimali non lo sono per chi è nel bisogno. Dobbiamo saper accettare anche questo. Non sempre è facile, occorre sforzarsi.
