Ramin Bahrami è un talentuoso pianista iraniano. Ama Bach e parla della musica in modo poetico ed incantevole, un innamorato consapevole e cosciente dei propri sentimenti.
Nato a Teheran, nel 1976 ha lasciato la sua patria giovanissimo con la famiglia, arrivata in Europa per sfuggire alle persecuzioni della repubblica islamica. Rimasto sinceramente legato alla sua patria e alla sua storia, non perde occasione per riflettere sul mondo che lo circonda. Dopo l’attacco di Trump e Netanyahu all’Iran, come molti suoi connazionali si è espresso, in modo leale. Inizialmente anche lui ha pensato alla fine dell’oppressione. Convinzione che è durata poco, come sostenuto da altri che avevano intravisto una possibilità di cambiamento in positivo.
Ora è preoccupato, molto preoccupato. Che fare?
Dice: «Quando vivi in un’epoca artificiale come questa, di interessi economici e finanziari che prevalgono, c’è bisogno di suonare ancora più forte per non rischiare di scomparire come genere umano». Aggiunge: «In questo momento di odio tra i popoli non dobbiamo odiare la cultura».
Non perde occasione per ribadirne l’importanza nel costruire ponti tra occidente e oriente, Europa e Iran, in modo appassionato e convinto.
Anche altri connazionali iraniani che vivono in Italia hanno sostenuto le medesime convinzioni.
Hamid Ziarati, ingegnere e scrittore, nato nel 1966 in Iran, che vive a Torino dal 1981 dice: «Qui lavorano e vivono migliaia di miei connazionali e sono molto coesi tra di loro. In tanti hanno parenti in Iran, e tutti si domandano che cosa accadrà adesso. Ma la risposta non c’è».
