Suor Daniela Ansaldi, da anni impegnata in ospedale, più volte richiama la parabola del Buon Samaritano, narrata in Luca al capitolo 10, versetti dal 25 al 37, mentre racconta.
«Il Samaritano affida il malcapitato all’albergatore, il Samaritano non trattiene ma coinvolge». Significativa questa lettura della propria attività.
Quale il tuo incarico?
Nel 2005 è nata una collaborazione tra la diocesi di Cuneo e l’Azienda Ospedaliera Santa Croce e Carle per l’assistenza religiosa in ospedale.
Sei sola o lavori con altri?
Siamo un’équipe pastorale composta da: 3 sacerdoti e 3 suore di congregazioni diverse. Ci impegniamo a svolgere un servizio di animazione, di annuncio del Vangelo, di ascolto a favore dei malati, dei loro famigliari e degli operatori sanitari.
Da quando lo fai?
È da 21 anni che svolgo questo servizio. Siamo assegnati a dei reparti. Io lo sono per la Gastroenterologia, Ginecologia, Ostetricia e Pediatria.
Come entri in contatto con i malati?
Mi reco nei reparti, ascolto e vedo il dolore che ha molte forme: fisico, psichico, morale, spirituale e ciascuna chiede una prossimità diversa. Ascolto le emozioni, la fatica a trovare un senso, il pianto, la paura, che isola. La gioia per un intervento riuscito o per il rientro in famiglia... per una diagnosi benigna. Ascoltare mi permette di conoscere un pochino il vissuto dell’altro e di intuire la modalità più adatta per entrare in relazione con lui. Penso al saluto, l’ascolto, piccoli gesti di sollievo o di tenerezza; a una semplice presenza discreta, un sorriso, un silenzio di partecipazione.
La difficoltà più grande?
Mi propongo di privilegiare quelli che sono emarginati, i più soli, quelli che non contano, che costa avvicinare perché la malattia ne ha devastato, distrutto il volto o qualche altra parte del corpo più in vista; quelli con cui non c’è possibilità di dialogo o perché in coma, o terminali.
