Una serata di accoglienza, di ascolto e di domande a suor Renza Bono, ha coinvolto la nostra comunità del Cenacolo in Casa madre. Un fraterno scambio che ha allargato gli orizzonti.
Missionaria da 47 anni in Argentina, Bosques, ci racconta qualcosa della sua esperienza. È un fiume di ricordi, incontri, eventi che l’hanno accompagnata in questa meravigliosa avventura.
Suor Renza, in Italia: quale il motivo?
Sono venuta a festeggiare in famiglia l’evento del mio giubileo: 60 anni di Professione religiosa. In cuore provo tanta gratitudine. Ho sempre sentito la protezione del Signore durante questi anni. Sono molto contenta di essere qui. È quasi un “miracolo” aver avuto il via, per motivi di salute, ad affrontare il viaggio. Una benedizione del Signore nelle fessure delle coincidenze.
Perché missionaria in Argentina?
Ho ricevuto dalla Congregazione il mandato di partire per la missione, nel 1979. Una proposta che mi ha riempito il cuore di passione inesauribile verso una zona del paese, dove sopravvivono i poveri e gli ultimi.
Dal sogno alla realtà?
Gli inizi sono stati faticosi. Ho dovuto cambiare mentalità, assumere uno spirito di adattamento e collaborazione, in un ambiente difficile per il regime politico di dittatura. Qui, nel 1988, è nato un primo germoglio di speranza: gli Hogares. Le Case di accoglienza dei bambini e ragazzi abbandonati in strada e nelle stazioni, senza famiglia e futuro. Una nuova realtà, tutta da inventare e organizzare. Ma, con l’aiuto di Enti governativi, della Diocesi e della Congregazione stessa, poco a poco abbiamo potuto accogliere e dare una casa.
Le difficoltà maggiori?
Alcune situazioni difficili da portare a soluzione e il cambio repentino del personale. Soprattutto ci ha segnati il Covid-19. Ci ha costretti a chiudere servizi e presenze per difficoltà insostenibili. Le attività sono poi riprese gradualmente.
Qualche bella soddisfazione e gioia?
Sono tanti i momenti belli. Ad esempio: molti ragazzi sono riusciti a inserirsi nella società e vivere in modo normale e buono. Per loro io sono la “mamma”, la “nonna”: questo mi dà gioia. Numerosi, ora, collaborano con noi per aiutare altri ragazzi.
Come sei riuscita a incarnare il Carisma?
Lavoriamo, come comunità, per ricostruire situazioni personali e familiari distrutte. È un modo per incarnare il nostro carisma di Comunione. Inoltre, viviamo l’esperienza dell’annientamento che la missione include. Cerchiamo di fare buon servizio di umanità nell’attenzione ai poveri e alla vita. A livello socio-politico stiamo camminando con la gente, con difficoltà e fatica, ma con amore perché il paese possa avere un futuro migliore, di pace.
