di Costanza Lerda

Alberto Cairo«Non sono andato in Afghanistan per soffrire con la gente, ma per gioire con loro». Ha 66 anni e vive in Afghanistan dal 1989 l’avvocato/fisioterapista Alberto Cairo, originario di Ceva.

Conosce bene questo paese, ne ha attraversato la storia, condividendone, negli ultimi trenta anni, le alterne vicende sociali e politiche. Al suo primo arrivo come operatore della Croce Rossa Internazionale, incontrò i feriti dalle mine. «Erano calmi, rassegnati. Pronti a ripartire: e io mi chiedevo che cosa avrei fatto al posto loro. Una forza che ancora oggi mi colpisce».
Afferma che è grazie a queste caratteristiche del popolo afghano se ha potuto mettere in piedi e ampliare i centri e le varie iniziative intraprese per curare, rattoppare le ferite della guerra e dare dignità ai sopravvissuti. Il contesto difficile non ha frenato i progetti: «Iniziammo a mandare i bambini a scuola e a insegnare un mestiere agli amputati».
Oggi il 98% del personale dei centri riabilitativi è disabile. Prestiti agli ex pazienti hanno consentito l’apertura di piccole attività in vista dell’autosufficienza economica. «Le donne erano scomparse sotto il burqa: e io portavo alle infermiere e alle terapiste foulard alla moda e profumi dall’Italia». Oggi, parlando di possibile intesa Usa-Talebani, il suo pensiero è per loro. «Saranno loro a subire le conseguenze peggiori in un eventuale ritorno dei Talebani»: ne sono consapevoli e molto spaventate.
È rimasto sempre lì: «Vedere la speranza negli occhi di questa gente quando esce dai centri, restituire loro la dignità perduta: è un grande privilegio».

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