di Silvia Micioni

Mare apertoAmo davvero molto arrivare al mare dopo le sette di sera. A quell’ora il sole inizia a calare, ma l'acqua resta calda e ci si immerge volentieri. La gente torna a casa e si può ascoltare solo il fruscio delle onde e...

il vociare dei gabbiani. Il mare diventa meno mosso, quasi una tavola, ed è davvero meraviglioso potersi tuffare e nuotare fino a largo.
Così, in una delle mie nuotate, mi sono ritrovata lontana dalla riva: in mare aperto. È lì che ho ripensato a una frase letta in un libro di Gianfranco Carofiglio: “D'un tratto mi ritrovavo in mare aperto e non ero pronto, ma qualcuno lo è mai?”.
Si è mai pronti a ritrovarsi lontani dai propri “porti sicuri"? Dalle proprie rive fatte di certezze, soddisfazioni, felicità per cercare una felicità ancora più grande? Per avere una vista pazzesca tra mare e cielo? Per poter ammirare fondali favolosi?
No, forse non si è mai pronti per paura di perdere ciò che si è costruito, ma che in realtà era solo strada per arrivare a quel mare aperto.
Non solo credo che non sia una condizione possibile, ma aspettare di esser pronti a buttarsi in mare aperto non fa vivere il presente, ti proietta in un futuro sperato e ti fa “sopravvivere nell'attesa”.
Ascoltare quelle onde del mare che ti attirano, è la chiave.
Il passe-partout per rischiare e tuffarsi, ognuno a modo suo, è ciò che ci rende unici.
Ognuno nel suo “mare aperto"…

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