di suor Graziella Zocchi

Sainey ha 26 anni. È arrivato in Italia dal Gambia 4 anni fa con quelli che vengono chiamati i “viaggi della speranza”. È stato ospite in un Centro di Accoglienza Straordinario per un paio di anni,...

legalmente nel nostro paese con un permesso di soggiorno per richiesta di asilo, diniegato – ossia, la Commissione che valuta le richieste ha ritenuto non gli spettasse tale diritto – ricorso in Tribunale negativo.
Dimesso dalla Prima Accoglienza è attualmente inserito nel progetto di Terza Accoglienza dell’Associazione MiCò di Cuneo. Un ragazzo buono, semplice, sempre sorridente, gentile; la sua parola: “grazie”, ripetuto spessissimo ma un grazie sincero, affettuoso, riconoscente. Ha studiato e studia con impegno l’italiano, ha frequentato a Savigliano una scuola professionale di falegnameria, ha svolto con assiduità e positivamente un tirocinio da cui dovrebbe derivare un contratto di lavoro.
Il 6 agosto è tornato in Commissione perché l’unica strada possibile per scongiurare il suo ritorno in Gambia dopo il fallimento del ricorso è stato tentare la via della reiterazione della domanda di asilo. Sarà andata bene l’audizione? La Commissione riterrà importante tutto il percorso di inclusione sociale e lavorativa e la formazione che Sainey ha fatto? Basterà tutto questo a considerarlo, questa volta, in diritto a restare nel nostro paese?
Speriamo di sì, ma potrebbe anche accadere il contrario. Come è accaduto a Bafoday, suo compagno di viaggio e di progetto.
Bafoday, stesso percorso dal Gambia all’Italia, dalla Prima alla Terza Accoglienza. Un sogno e una passione (e una grande capacità): diventare cuoco. Un buon italiano parlato e scritto, un corso professionale di un anno a Peveragno per diventare cuoco, un ottimo tirocinio in un ristorante chic e famoso di Cuneo, assunzione pronta, disponibilità e soddisfazione del datore di lavoro.
Reiterata della domanda di asilo non accettata: “Non ha un contratto di lavoro e un percorso di studi breve”. Permesso di soggiorno ritirato e foglio di via entro 15 giorni. Di nuovo ricorso e poi chissà.
Chi valuta queste storie? Chi valuta le persone? Come lo stato si fa carico di questa situazione? Forse dovremmo farcene carico un po’ tutti?

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Il fatto


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