di Angelo Fracchia

Gesù nel Getzemani«Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Lo dice Gesù nel Getsemani ai suoi tre discepoli più intimi, quelli che lo hanno accompagnato fin lì. Non sono i rimasugli, gli scarti,...

sono invece i migliori a disposizione, e uno di loro ha appena detto che sarebbe stato disposto a morire per il maestro.
Quanto l’abbiamo riscoperta in questi giorni, la debolezza della carne! Non stiamo parlando semplicemente delle tentazioni carnali: in quella direzione andava la morale antica, ma Gesù evidentemente non sta pensando a quello, nel Getsemani, e noi in questo tempo ci siamo di nuovo accorti che la fragilità è ben più ampia. È stata, per noi, la scoperta di quanto ci costi restare in casa, non poter comprare subito ciò che, quindi, ci sembra indispensabile, tenere sotto controllo l’ansia, dover sopportare di non poter vedere un amico per un caffè o una passeggiata... A parole (no, non solo a parole, davvero nelle intenzioni, nello slancio) saremmo stati capaci di riformare il mondo, e improvvisamente ci riscopriamo fragili. Ci sembrava di poter comprare ciò che volevamo
Le sfide cambiano, ma l’uomo no. E Gesù, mentre chiede ai suoi tre discepoli migliori di vegliare con lui, riconosce che la carne è debole. Non li accusa, non rinfaccia loro nulla. “Lo so, non ce la fate”. E continua a richiamarli, a stimolarli, ma non chiude con loro la relazione, non li giudica.
Da una parte è una promessa: Dio conosce la nostra fragilità, sa che ci proviamo ma spesso non ci riusciamo. E non smette per questo di esserci accanto, amico, fratello, padre.
Dall’altra è un appello: se vuoi essere come Dio, non sei chiamato a ricreare il mondo. Ma soltanto a riconoscere e accogliere la fragilità, la tua e quella degli altri, senza giudizi e con misericordia.
Domenica delle Palme anno A Si potrebbe leggere il vangelo secondo Matteo 26,14-27,66, ma soprattutto 26,30-41

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