di Costanza Lerda

Era delinquente, violento. Rapine, furti, nessun rispetto per l’autorità e per le regole. «Con l’arresto pensavo di avere raggiunto una certa notorietà nel quartiere: tutti avrebbero parlato di me, immaginavo.

Compresi nel tempo che era solo l’inizio di un lungo viaggio molto doloroso. Dentro il carcere misi in atto il mio copione predefinito: rifiuto dell’autorità, insofferenza per le regole e verso ragazzi di altre etnie». Dai 17 ai 22 anni, il carcere: prima minorile, poi quelli veri, trasferito sempre per problemi di condotta. Passati quattro anni, ora studia Scienze dell’educazione e va in giro per le scuole della città con la sua “banda” di ex bulli: di fronte a platee di 500 adolescenti sono loro a catturare l’attenzione. Parlano il loro stesso linguaggio e raccontano storie vere. Sofferte. Personali. Daniel è cresciuto a Quarto Oggiaro: mamma pugliese «tutta orecchiette e coccole», padre autoritario. Quando ha commesso il primo reato, era «per fare la bella vita ....». Eppure i suoi genitori gli avevano insegnato il valore del lavoro e del rispetto. «Stavo attento solo a una cosa: a non intaccare l’immagine che mia madre aveva di me. Tenevo i vestiti di marca nascosti a casa di un amico. E lì lasciavo anche le mazzette di banconote...», continuando a chiedere la paghetta alla mamma ... per non destare sospetti. Un giorno la Polizia la chiama: «Venga, suo figlio è in carcere. L’ennesima rapina in banca, aveva una pistola». Rinchiuso in carcere, Daniel incontra il cappellano: «Con lui riuscivo a parlare e a farmi ascoltare».
«Oggi vivo in comunità con un senegalese, un marocchino e un russo. Non mi faccio più problemi come un tempo; anzi, imparo molto nel condividere la vita con giovani di culture e religioni diverse da me».

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to Twitter
Scroll Up