di Angelo Fracchia

Perché e come ci impegniamo in un cammino come quello quaresimale? Ci sono tradizioni religiose che vivono i tempi religiosi...

importanti all'insegna di un qualche impegno che è uguale per tutti. Pensiamo al ramadan islamico: non si mangia né beve nulla dall'alba al tramonto, e questo è un vincolo per tutti quelli che non siano bambini, malati o in viaggio. Il vantaggio è che ci si riconosce tutti uniti, tutti comunità, e ci si aiuta gli uni gli altri nel rispettare l'impegno.
La quaresima cristiana è altra cosa. L'impegno "standard" è molto leggero, non mangiare carne nei venerdì. Molti di noi vivono però la quaresima assumendosi anche altri impegni, spesso diversi da persona a persona, spesso non conosciuti se non da noi soli.
Si perde la dimensione della comunità che ci sostiene, ma se ne guadagna un altro. L'impegno lo prendo io, davanti a Dio, e lo conosciamo noi due. Nessuno mi rimprovererà se non lo avrò rispettato, lo saprò soltanto io. Siccome in quaresima non ci priviamo di qualcosa di cattivo (da cui dovremmo semmai provare ad astenerci tutto l'anno), ma scopriamo che cosa, tra le cose buone che abbiamo, rischia di essere per noi troppo importante, insostituibile, un "padrone" da servire, possiamo decidere di sperimentare in quaresima di esserne autonomi, per scoprirci più forti di ciò che ci condiziona, più liberi rispetto a tutto e grazie al vero, unico Signore. Ecco perché i modi con cui vivere la quaresima possono essere molto vari, in quanto ognuno di noi è unico, ed è unico il modo di seguire Dio, se il nostro seguirlo è qualcosa di personale.
Si perde e si guadagna qualcosa, in questo modo. Molto meno sostegno da una comunità, molta più responsabilità personale. Il punto è che Gesù ci dice che il Padre questo vuole, ci vuole impegnati in un cammino con lui non innanzi tutto come comunità, ma come singoli. Perché per Dio conto io, non il mio gruppo, e vuole incontrare proprio me.
Mercoledì delle ceneri, anno A Si potrebbe rileggere il vangelo secondo Matteo, 6,1-18

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